AUT Magazine

In ricordo di Ivan Teobaldelli

di Giorgio Umberto Bozzo
Scrittore, poeta, critico d'arte, è stato fondatore, editore e direttore di «Babilonia», la prima rivista di cultura omosessuale in Italia pensata per un pubblico generalista, fondata nel 1982. Aveva 76 anni. Questa è l’ultima intervista concessa a Giorgio Umberto Bozzo, con cui vogliamo rendergli omaggio e riconoscergli il ruolo che merita nella storia della cultura LGBTQIA+ italiana.
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Ho intervistato più volte negli ultimi anni Ivan Teobaldelli. La prima volta al telefono, nel novembre del 2021, per raccogliere la sua testimonianza e i suoi ricordi per la seconda stagione del podcast Le Radici dell’Orgoglio. Poi nel 2022 in un altro paio di occasioni per farmi confermare alcune informazioni e intuizioni nell’ambito di ricerche che stavo svolgendo sugli ultimi anni Settanta, quando militava nel Collettivo di liberazione sessuale fondato da Elio Modugno dentro Democrazia Proletaria. L’ultima volta, invece, sono riuscito ad incontrarlo di persona, presso la Galleria Immaginaria di Firenze, di cui per anni è stato un collaboratore, il giorno del vernissage della mostra personale di un suo amico artista. In questa occasione abbiamo chiacchierato amabilmente per più di un’ora, con una intesa e un’empatia reciproca che ancora ha la capacità di intenerirmi.
Riporto qui integralmente la nostra conversazione.

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Giorgio Bozzo (sinistra) e Ivan Teobaldelli (destra) presso la Galleria Immaginaria di Firenze (4 ottobre 2024)

Ivan, in che contesto sociale, politico e culturale nasce «Babilonia» nel 1982?

Ho conosciuto Felix Cossolo in occasione di un campeggio gay organizzato in Grecia da un’associazione omosessuale ellenica nel 1978. Lui era il responsabile di «Lambda» e di lì a poco avrebbe litigato con Pezzana (1) per un’intervista fasulla a Marco Pannella (2), che ad Angelo non era andata giù, l’aveva presa come una provocazione. Io già scrivevo come collaboratore per «Lambda», ma è stato in Grecia che abbiamo avuto per la prima volta l’occasione di conoscerci di persona. Siamo diventati amici cominciando a fare cose assieme, come ad esempio il saggio Cercando il paradiso perduto (3) sull’esperienza dei campeggi gay, di cui entrambi abbiamo curato i testi. Credo sia stato in Grecia che per la prima volta ci siamo detti: «Quel foglio [«Lambda»] non ha la dignità di un organo di comunicazione importante. Perché non proviamo a fare un vero giornale?». In quegli anni entrambi avevamo un impiego: lui alla Fiat, in modo sempre più saltuario e precario, perché aveva scelto la visibilità e l’impegno in anni davvero difficili per i militanti omosessuali; io, invece, avevo il mio posto all’INAM di Milano, vinto con concorso nazionale ancora da studente. Lì c’è stato il salto nel vuoto: abbiamo avuto il coraggio di licenziarci e di farci dare la liquidazione, poco più di tre milioni a testa. Iniziare l’avventura di un giornale con tre milioni a testa era da matti. Per di più non avevamo mai fatto un giornale prima… «Lambda» era poco più di un foglio… Fatto sta che Felix ha lasciato Torino, si è trasferito a Milano, l’ho fatto venire a casa mia, dove ha abitato per sei mesi, prima che gli trovassi casa non molto lontano da me, grazie a un’amica che andava via e lasciava il suo appartamento.

Dove abitavi allora?

La zona in cui abitavo era viale Tibaldi, dove c’era il Cristallo (4). Io stavo in via Zamenhof, che dava su Corso Ticinese dove passava il tram…

Quindi la prima redazione è stata a casa tua in via Zamenhof?

Sì, il numero zero lo abbiamo fatto per terra in casa mia, appiccicando le immagini con la colla sui menabò. Quando l’interno era pronto sono andato a cercare un tizio che sapevo essere un buon grafico. È lui che ha realizzato la prima copertina di «Babilonia» con tutte le lettere della testata che sembrano sbandare di lato e al centro questa bella immagine di Schifano…

Una copertina a dir poco iconica. Come è nata?

Avevo un volume di fotografie di Mapplethorpe (5) che mi piaceva molto. Avevo scelto questa immagine di un uomo di colore fotografato seduto e di spalle che diedi a Corrado Levi (6). Corrado Levi la portò a Roma e la dette a Schifano (7). Schifano, in un momento di suo delirio artistico, prese un pennarello rosso e disegnò un gran cazzo con le palle, così… [disegna col dito nell’aria]

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La copertina del numero zero di «Babilonia»

Fu anche realizzata una maglietta da quella copertina…

Una maglietta meravigliosa. Dovrei averne ancora una da qualche parte.

Tu dici «La diedi a Corrado Levi», quindi c’era una rete amicale intorno che vi aiutava in questa impresa…

Corrado veniva dal Fuori!, era di Torino, conosceva bene Felix, conosceva bene me… ci conoscevamo tutti… Pezzana, Francone, tutti…

Tu in che anno sei arrivato a Milano da Città di Castello?

Nel 1974.

E quando sei arrivato a Milano hai cominciato a…

Non subito, ma nel giro di un paio di anni ho cominciato a vivere la dimensione sociale della mia omosessualità, entrando nel collettivo fondato da Elio Modugno (8)…

Il CLS?

Sì, il Collettivo di liberazione sessuale – un collettivo della nuova sinistra – e da lì ho iniziato a conoscere tutta la cosiddetta comunità gay milanese e a fare attivismo. Era lo stesso anno in cui in via Morigi i COM (9) avevano occupato la casa e, quindi, vidi il primo spettacolo di Mieli…

La Traviata Norma?

Sì. In seguito, poco dopo la sua apertura, ho lavorato a Radio Canale 96, la prima radio della sinistra extraparlamentare, antecedente a Radio Popolare, dove ero responsabile della rubrica giornaliera degli spettacoli, per la quale, assieme a una ragazza di nome Lucia, intervistavo gli attori e i cantanti di passaggio sulla piazza di Milano. Ho lavorato due anni alla radio.

Ti ricordi come sono arrivati i COM in Canale 96?

Sì, e ricordo che i COM avevano una rubrica autogestita il sabato sera. Erano decisamente scatenati, Mario Mieli era nel suo momento migliore, stava per pubblicare il suo libro Elementi di critica omosessuale… erano anti-radicali, molto animosi contro Pezzana… e volevano essere di sinistra [N.d.R. Pezzana nel 1974 aveva federato il Fuori! al Partito Radicale], non riformisti, ma rivoluzionari. Volevano essere un gruppo svincolato e libero, nell’ambito della sinistra extraparlamentare. Erano sguaiati, eccessivi e semi-travestiti, mentre dall’altra parte c’erano gli omosessuali con la barba…

Tipo Elio Modugno…

Sì, tipo Elio, che era l’esatto contrario. Una delle cose che ho tentato di ottenere in seguito con «Babilonia» è stata la convivenza – che sembrava impossibile – delle due anime del movimento. Ricordo che nei primi tempi ero terrorizzato dalle checche, io non mi riconoscevo in loro. Andavo in via Morigi e c’erano queste matte che ti saltavano addosso… io ero terrorizzato perché non mi sentivo così e loro non rappresentavano quello che provavo…

Eppure loro rivendicavano questa modalità come una forma di lotta…

E ne avevano tutte le ragioni e io ho cercato con «Babilonia»… è stata una sfida e in qualche modo credo di averla vinta… di accogliere tutte e due queste anime, che quasi sembravano un ossimoro, l’una il contrario dell’altra. Anche oggi io rivendico come legittime sia la checcaggine che la militanza seria: ci vogliono tutte e due. Va detto che in quei momenti lì era più violenta e più efficace la checcaggine perché scioccava la gente… gli altri militanti al confronto sembravano persone normali. Io ho una mente che ama l’ironia, il sarcasmo, la trasgressività… in seguito mi sono travestito anche io da donna, ne ho fatte di tutti i colori, però allora ero terrorizzato…

Lo posso immaginare, Mario era un campione della provocazione.

Era troppo per me all’inizio.

C’è una cosa molto importante da ricordare: «Babilonia» esce da subito in edicola…

Era quello che volevamo…

…perché «Lambda» al massimo la trovavi nelle librerie della sinistra.

Non aveva nessuna distribuzione. Noi, invece, trovammo un distributore di riviste pornografiche, Bartolo Miani, che diventò il terzo socio del giornale soltanto per poterci offrire la distribuzione. Grazie a lui arrivavamo in edicola. Però in edicola eravamo collocati tra le riviste porno…

Me lo ricordo benissimo.

C’erano anche molti abbonati, a cui inviavamo la rivista in buste assolutamente anonime, che il più delle volte avevano come destinatario una tristissima e anonima casella postale. Non avevamo pubblicità, anche perché – con nostro disappunto – all’inizio tutti gli stilisti avevano paura del target gay. Non avevamo alcun finanziamento pubblico o dai partiti. Non abbiamo avuto mai niente. Siamo stati di un’incoscienza… non saprei neppure come definirla… vertiginosa!

Anche perché nel vostro caso non era un passatempo, era il vostro lavoro.

Certo. E se siamo riusciti a portare avanti il giornale è stato grazie a tutte le iniziative che abbiamo inventato e organizzato, come i campeggi e le feste… I campeggi ci aiutavano molto perché nel giro di un mese facevamo un po’ di milioni che poi venivano immediatamente spesi per pagare i debiti coi tipografi…

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I lettori non vi aiutavano?

Raccoglievamo cassa con gli annunci e facendo promozione diretta al giornale nei locali, alla Nuova Idea di Milano, ma anche nei locali di Bergamo e Brescia. Ciò che ci ha sostenuto tantissimo è stata l’invenzione della guida dei luoghi e dei locali gay, che avevamo chiamato «Italia Gay». Di «Italia Gay» ne vendevamo… mi sembra che la prima edizione abbia venduto diecimila copie e dentro c’era anche la pubblicità di molti dei locali che erano presentati nella guida. Con questa guida abbiamo pagato i costi e i debiti del giornale. Noi non avevamo una lira, nessuno ci dava il benché minimo contributo, che ne so?… per la carta… mai un soldo né dallo Stato né dai partiti. Niente.

Però siete riusciti a rimanere in edicola per anni e anni… I collaboratori come venivano scelti?

I collaboratori all’inizio arrivavano dal giro delle persone amiche. Erano giornalisti molto validi, come Mauro Gaffuri, che era già un avviato giornalista e che utilizzava degli alias per le collaborazioni: si firmava Blanche Dubois per la rubrica di teatro – dal nome del personaggio di Tennessee Williams in Un Tram che si chiama desiderio -; poi usava lo pseudonimo Norma Desmond – il personaggio immaginario creato da Billy Wilder per il suo film culto Viale del Tramonto– per la rubrica di cinema e Christine Manson per quella sulla TV.

Fu anche direttore all’inizio.

Sì, per qualche numero…

Credo che ci fosse stato un primo direttore che aveva avuto però subito dei problemi con la testata per cui lavorava (10), poi Mauro…

Sì, che con la presa in carico della direzione responsabile ha iniziato a firmare con il proprio nome. A seguire ci sono stato io, quasi subito… Mauro mi aveva consigliato e seguito nella procedura per iscrivermi all’albo dei pubblicisti per poter firmare il giornale, anche perché lui che era agli inizi della carriera aveva avuto dei fastidi e delle perplessità da parte di direttori e caporedattori poco aperti con cui lavorava.
Poi c’erano Emilio Pappini, Marc De’ Pasquali… Mario Mieli ha scritto nei primi due numeri, poi purtroppo è morto… Inoltre c’erano dei ragazzi che ci aiutavano per le traduzioni, del tutto gratuitamente. Io, Felix e Mario Anelli, il terzo pilastro di «Babilonia» che svolgeva il ruolo di segretario di redazione, una persona squisita, ci davamo allora 500 mila lire al mese a testa e per circa dieci anni siamo andati avanti così… a Milano! Ci pagavi giusto l’affitto e poco altro… va beh… Un’altra cosa che ha aiutato «Babilonia» è stata l’invenzione della Libreria Babele, che fu sin dall’inizio un successo, perché era frequentatissima, era l’unica libreria gay in Italia…

Com’è nata l’idea della Babele?

L’abbiamo pensata Felix ed io: eravamo convinti che quella di una libreria era una buona idea e che sarebbe stata utile anche per la distribuzione di «Babilonia». In noi c’era una rivendicazione uno scopo che sorreggeva tutto il nostro impegno: volevamo associare una dimensione culturale all’omosessualità, che fino ad allora era stata vista come una cosa che riguardava quattro depravati che andavano a battere ai cessi della stazione o che veniva identificata con i travestiti. Noi volevamo dare uno spessore culturale all’omosessualità.

Come lettore ciò che apprezzavo di «Babilonia» era il fatto che si presentasse come una rivista molto contemporanea, legata allo spirito del suo tempo. Era molto pop. C’era musica, cinema, arte… era intellettuale senza essere intellettualistica.

Certo, non aveva la raffinatezza di una rivista come la francese «Masques», che usciva in meravigliosi volumi trimestrali, dove scrivevano grandi intellettuali… -, però per l’Italia «Babilonia» era diventata un punto di riferimento. Soprattutto per gli omosessuali della provincia: gente disposta a fare anche 50 chilometri col pullman o il treno per andare in un’altra città, comprare la rivista, nasconderla dentro un altro giornale e portarsela a casa.

Quante copie riuscivate a vendere?

Sette, otto mila all’inizio…

Non male.

No, infatti. Pian piano abbiamo cominciato ad avere qualche riscontro positivo. A Firenze, ad esempio, c’era Marcello, il proprietario del Crisco e del Tabasco, che presto è diventato un grande sponsor di «Babilonia». Per anni ha acquistato in ogni numero pagine pubblicitarie per spingere i suoi locali. Lui e sua sorella Mara. Marcello è stato uno dei nostri più importanti sostenitori. Veniva anche ai campeggi gay con il suo fidanzato, prendeva un bungalow, era una persona squisita. Mi è molto spiaciuto quando è morto di Aids…

Quella dei locali è stata in generale un’ottima fonte di sostentamento per il giornale: negli anni Ottanta spuntavano come funghi e di pubblicità su «Babilonia» se ne vedevano molte…

Parecchi poi non pagavano… mai… lasciamo perdere…

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Senti parliamo dei campeggi. Nel 1979 viene organizzato il primo campeggio in Italia. Già all’inizio hai detto di aver conosciuto Felix al campeggio internazionale in Grecia l’anno prima, che era stato un piccolo disastro di organizzazione…

Fu più una diaspora che un campeggio. In Italia ci furono i primi due campeggi a Capo Rizzuto organizzati da Felix.

Tu ci andasti?

Io ci ero passato, anche perché poi abbiamo scritto assieme il libro Cercando il paradiso perduto

Con le foto di Giovanni Rodella (11).

Alcune di Giovanni, altre di altri partecipanti… Il primo campeggio di cui mi occupai dell’organizzazione venne organizzato vicino a Ortona, in Abruzzo. Come organizzatore ho fatto quattro campeggi, impegnato dalla mattina alla sera, un casino… Ricordo che, nell’imminenza dell’uscita del primo numero di «Babilonia», Felix era andato a cercare il campeggio. Era dicembre e lui si è involato lasciandomi sul groppone tutte le attività per la pubblicazione del primo numero. Era il primo numero, era importantissimo ed io ero solo.

Intendi il numero 1, non il numero zero.

No, il numero 1, che fu in edicola nel gennaio del 1983, quello con la copertina di Querelle de Brest. Ero in crisi perché mi sentivo abbandonato.

Ricordi l’accoglienza del primo numero? Come andò?

A Milano alcuni giornali si accorsero di noi e iniziarono a seguirci. Poi, sai, noi abbiamo sempre fatto dei bellissimi dossier, delle inchieste che poi venivano riprese anche da altre testate. Inoltre, a spargere il verbo, c’erano le feste…

Che sono cominciate quasi subito.

Subito, prima ancora che uscisse il giornale in edicola ci fu una festa per il numero zero al Teatro Tenda, a cui prese parte anche Mario Mieli, con un vestito marocchino meraviglioso, che poi mi regalò, un vestito tutto ricoperto di perle, un antico abito tradizionale da sposa…

Quindi ci fu una festa sin dal numero zero.

Al Teatro Tenda di Milano, dove venne… non so se l’hai conosciuto, io lo chiamavo «il comunista mite»… Mario Spinella, un intellettuale finissimo, che ci seguiva. Poi c’era Pigi…

Pigi Mazzoli?

Sì, vestito da marinaretto di Brest. I travestimenti di Pigi erano spettacolari.

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A destra Pigi Mazzoli vestito da marinaretto di Brest. A destra sconosciuto. La foto è conservata al CIG – Centro d’Iniziativa Gay di Milano. Si ringrazia Walter Pigino

Mitiche sono state anche le feste di «Babilonia» alla Nuova Idea. Il collegamento con quel locale come nacque?

Beh, era il locale gay più grande di Milano. La proprietà era a dir poco losca, ma riuscivamo a conviverci. C’erano tre sale da ballo!

Era pazzesco, me lo ricordo.

C’era una sala di liscio enorme e poi la sala della disco music. C’era sempre una miscela umana sconvolgente e coinvolgente. Noi organizzammo delle feste meravigliose invitando deejay molto importanti.

La affittavate?

Certo. E veniva chiunque. Veniva Giuni Russo, veniva Fiorucci, Ivan Cattaneo… una volta mi pare che sia venuta pure Patty Pravo. Ricordo delle feste meravigliose. C’era questo nostro amico, Giorgio Funari, uno scenografo che si occupava di allestimenti con i fiori. Lavorava per grossi eventi della moda, per le cene milanesi più mondane di allora. Ricordo che trasformò la Nuova Idea in una giungla, con tutti questi ragazzotti bonazzi vestiti da Tarzan e le travestite vestite da Jane. Io ero il presentatore, non ti dico il ridere. In un’altra occasione abbiamo organizzato l’elezione di «Mister Babilonia» e ci saranno state 2.500 persone.

Che meraviglia.

Che manicomio!

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Siamo nei primi anni Ottanta e di lì a poco sarebbe arrivato l’incubo dell’Aids.

Il terzo numero di «Babilonia» del marzo 1983 uscì con una copertina che titolammo Cancer Gay?, perché all’estero già si parlava di questo argomento. Lo leggevamo sui giornali americani, su quelli francesi. C’era già questa cosa.

Quindi la prendeste seriamente?

Da subito. L’ultimo campeggio che organizzammo fu a Porto Sant’Elpidio nell’‘84 e fu a dir poco problematico. Arrivavano gli olandesi e i berlinesi già tutti sieropositivi… come facevi a non prenderla seriamente? Abbiamo dovuto optare per la decisione molto sofferta di non fare più campeggi, perché il rischio di contagio si era alzato esponenzialmente. Sai, lì non si faceva altro che trombare dalla mattina alla sera… Come fai ad essere complice di una promiscuità che porta con sé così tanti rischi. Che poi non la puoi impedire, ci mancherebbe, però…

Fu una forma di autocensura?

Certo. Ricordiamoci che allora non c’erano cure, solo, di lì a poco. l’AZT, che però ha causato molte morti. Ho quasi più amici morti di AZT che a causa del virus stesso. Che poi si trovava solo in Svizzera. Era caro, introvabile e t’ammazzava.

Quelli sono gli anni in cui inizia a prendere forma l’Arcigay. Quale è stato il rapporto tra «Babilonia» e Arcigay?

Noi eravamo molto amici di don Marco Bisceglia. Io stesso sono stato segretario nazionale di Arcigay. Mi sembra che al terzo o quarto campeggio organizzato dal giornale sia venuto anche Grillini. Arcigay è cresciuto con noi e ci fu una divisione di compiti: noi ci occupavamo di cultura e informazione, loro di socialità. Loro avevano le tessere e i contatti politici… certo che quei torsoli del PCI non aiutavano… facevano la guerra a Grillini. Anche noi non siamo mai riusciti ad avere un rapporto privilegiato con il PCI. Erano più bigotti dei democristiani in quel momento.

Ho fatto un’intervista a Menduni (12), che era il presidente di Arci Nazionale…

Era in gamba…

…e lui dice che l’avvicinamento del PCI alla questione omosessuale avviene esclusivamente per un calcolo di tipo politico, perché il Partito radicale, che aveva candidato già nel 1976 persone omosessuali, alle politiche del 1979 passa da quattro a 19 parlamentari. Il PCI invece aveva avuto una battuta d’arresto. Pare che da questo sia scattata l’esigenza di dialogare con i froci. Però l’interesse elettorale non vuol dire accettazione della questione.

Certo che no. Ti ricordi quella lettera all’interno del PCI che scrisse quell’omosessuale… era un rospo che non riuscivano a digerire.

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Com’è stato il rapporto di «Babilonia» con gli intellettuali?

Buono. Pensa che la prima guida gay fu recensita da Pier Vittorio Tondelli. La prima intervista che feci per il giornale fu con Sylvano Bussotti e lui era innamorato di «Babilonia».

Alberto Arbasino?

Arbasino non si fece mai intervistare. L’avremo cercato almeno venti volte, ma lui niente. Aldo Busi subito, lo intervistai io.

Poi divenne anche collaboratore.

Sì, lui era un intellettuale importante in quel momento… Poi Dario Bellezza… Angelo Frontoni, il fotografo di Ursula Andress e di molte altre dive del cinema, era un amico mio e di «Babilonia»… La reazione negativa di Pasolini al movimento era stata emblematica, perché era come se noi volessimo andare a sputtanare quel mondo che «se non si dice si fa di più». Questo era ciò che professava Arbasino: «Quanto era meglio quando non si diceva, ma si faceva di più!».

Però la gente veniva uccisa ogni tanto…

Ma certo, veniva ammazzata nei parchi di notte. C’erano i ricatti sul lavoro per chi veniva scoperto gay. Nella scuola quanti insegnanti erano gay nascosti, perché sarebbero stati buttati fuori. Come fai ad accettare questo discorso del «si faceva di più»? Che poi era tutta gente che andava a marchette…

Voi avevate collaboratori da ogni parte d’Italia: Francesco Gnerre e Andrea Pini da Roma…

Ma scherzi? Gente di elevata qualità. A Roma andavo ogni mese a fare una riunione per mettere giù idee per articoli. Da lì arrivò Antonio Veneziani (13)… ma ricordo anche Carlo Jansiti, che ora vive a Parigi da molti anni, lui ha collaborato molto con «Babilonia». Aveva la passione per l’astrologia e curava una bellissima rubrica in cui parlava dei segni zodiacali dei grandi artisti del passato, ma ha anche intervistato personaggi come Paola Borboni, Lina Wertmuller, Gian Maria Volonté. Abbiamo sempre avuto collaboratori di grande qualità.

Com’erano i rapporti tra la redazione e gli uffici stampa delle case discografiche o cinematografiche del tempo? Vi davano retta?

In linea di massima erano collaborativi, ma devi tenere presente che non era facilissimo tirare su il telefono e dire: «Buongiorno, siamo la redazione di un giornale omosessuale». I pregiudizi erano pesantissimi. Ti racconto un fatto. Quando mi recavo in questura per far fare i permessi o le autorizzazioni per le attività che organizzavamo all’inizio c’era il fuggifuggi generale, i poliziotti si davano di gomito e solo dopo un po’ si avvicinavano per venire a vedere il “frocio”. Mi si fermava il respiro ogni volta che ci andavo perché era una vera umiliazione. C’era un clima faticosissimo.

Però di attenzione ne avete avuta…

Molta. Ricordo che qualche anno dopo facemmo un’inchiesta con Giovanni Dall’Orto…

Giovanni c’era da subito?

Noi, lui venne qualche anno dopo. Ci mandava ogni tanto qualcosa, ma non era ancora un vero militante… quando lui scrisse l’inchiesta sugli omosessuali al confino nelle isole del sud durante il fascismo (14) – un’inchiesta molto bella – «Panorama» la volle e la ripubblicò.

Caspita!

Sì, però a me fecero un attentato: mi incendiarono casa, di notte con una tanica di benzina…

Come atto omofobo?

Certo. Questo questore, di cui l’articolo faceva il nome, era ancora vivo.

Quindi c’era anche una motivazione politica.

Direi proprio di sì. Vennero alle tre di notte, fortuna che non ero in casa. Sono andati a fuoco il mio appartamento e i due che avevo a fianco. Stavo all’ottavo piano e avevano anche bloccato l’ascensore. Per fortuna non ci scappò il morto. Io feci denuncia, ne parlarono i quotidiani milanesi, il «Corriere della Sera» diede un grande risalto alla vicenda… l’unica misura presa dalla questura fu una gazzella della polizia di fronte alla redazione di «Babilonia» per cinque o sei mesi.

La redazione di «Babilonia» era…

Era in via Ebro.

Lo sai che anch’io ho collaborato al giornale?

Ma… non ci si conosceva?

Beh, sai, io conoscevo te ovviamente, ma mi interfacciavo soprattutto con Mario Anelli.

L’ho visto qualche anno fa, ho avuto il suo numero da Mattia Morretta e siamo riusciti a vederci un pomeriggio. Lui è quello che ha portato avanti «Babilonia» insieme a una cooperativa di collaboratori a cui io ho venduto le mie quote: c’erano Giovanni Dall’Orto, Mario Anelli e altri ragazzi…

In che anno hai lasciato «Babilonia»?

Nel 1995.

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L’intervista termina qui. Di lì a qualche minuto sarebbe iniziato il vernissage. Ci siamo abbracciati con la promessa di una mia discesa a Città di Castello per continuare a chiacchierare. Mi mancherà molto chiacchierare con Ivan. Senza dubbio è stata una delle persone più generose, disponibili e divertenti che io abbia mai conosciuto nel corso del mio peregrinare alla ricerca della storia LGBT+ italiana e dei suoi protagonisti.

Fabio Bedini, un caro amico di Ivan, ieri nel corso di una mesta telefonata mi ha detto: «Se n’è andato come ha sempre desiderato. Aveva l’incubo di morire in un ospedale. Si è accasciato nel suo appartamento appena rientrato da una festa di compleanno dove aveva visto amici e si era divertito. Probabilmente non si è neppure accorto di andare via».

Voglio davvero sperare che sia così.

Ivan Teobaldelli (Sestino, 15 ottobre 1949 – Città di Castello, 10 marzo 2025) è stato uno scrittore, poeta, giornalista, editore e direttore della rivista di cultura omosessuale «Babilonia», dal 1982 al 1995.

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I necrologi affissi mercoledì’ 11 marzo sui muri di Città di Castello (PG)

Mi mancherai, Ivan. Mancherai a tutti coloro che ti hanno conosciuto e voluto bene. Come ti ho detto poco prima di salutarti: mille volte grazie per tutto quello che hai fatto per noi.

*************

Legenda per la GenZ:

Giorgio Umberto Bozzo (Rapallo, 1963) è un autore radiotelevisivo, drammaturgo, regista teatrale, produttore culturale, podcaster e autore dei progetto Le Radici dell’Orgoglio e La Compagnia del Gender. Nel maggio del 2024 ha pubblicato il primo volume del saggio sulla storia del movimento LGBT+ italiano Le Radici dell’Orgoglio.

(1) Angelo Pezzana è un attivista, politico, giornalista e saggista italiano (Santhià, 15 settembre 1940). Nel 1971 è stato tra i fondatori del Fuori! (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), di cui per anni è stato leader.

(2) Verso la fine del 1978 Felix Cossolo fa uscire su «Lambda» una finta intervista a Marco Pannella in cui il politico ammette la propria omosessualità. Alcuni redattori e Angelo Pezzana, che di «Lambda» era il direttore responsabile, decidono di uscire dalla testata per protesta.

(3) Ivan Teobaldelli e Felix Cossolo, Cercando il paradiso perduto, Milano, Gammalibri, 1981

(4) Il cinema teatro Cristallo di via Castelbarco (successivamente mutato in City Square, Propaganda, Lime Light, mentre oggi la struttura ospita un supermercato) negli anni Ottanta era una storica location per proiezioni cinematografiche e concerti pop-rock.

(5) Robert Mapplethorpe (New York, 4 novembre 1946 – Boston, 9 marzo 1989) è stato un famoso fotografo americano.

(6) Corrado Levi è un attivista, docente universitario, artista, saggista, tra i fondatori e finanziatori del Fuori!.

(7)Mario Schifano (Homs, 20 settembre 1934 – Roma, 26 gennaio 1998) è stato un pittore e regista italiano.

(8) Elio Modugno (Milano, 24 luglio 1942 – Malaga, Spagna, 21 agosto 1978) è stato un attivista italiano. Tra i fondatori dell’Airdo (Associazione Italiana per il riconoscimento dei diritti degli omofili) nel 1972, come militante di Democrazia proletaria avrebbe fondato nel 1975 il Collettivo di liberazione sessuale. È morto tragicamente nel corso di una vacanza in Spagna.

(9) I COM sono i Collettivi omosessuali milanesi che vengono creati nella primavera del 1976 da Mario Mieli quando si esaurisce l’esperienza del Fuori autonomo milanese.

(10) Il giornalista che accetta per primo la direzione responsabile è il siciliano Beppe Occhipinti.

(11) Giovanni Rodella è un fotografo che ha documentato molte manifestazioni ed eventi del movimento omosessuale. Ha pubblicato: Giovanni Rodella, Come eravamo – La presa di coscienza del movimento omosessuale italiano 1976-1983 (con testi di Ivan Teobaldelli), Firenze, Nardini Editore, 2021

(12) Enrico Menduni è un sociologo e saggista italiano, a lungo ha ricoperto la carica di presidente dell’Arci Nazionale.

(13) Antonio Veneziani è un poeta, scrittore, curatore editoriale e drammaturgo italiano. Ha dedicato moltissimi testi ai più svariati aspetti dell’omosessualità.

(14) Giovanni Dall’Orto, Per il bene della razza al confino il pederasta, su «Babilonia» n. 35, aprile 1986, pp. 14-17.

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Giorgio Umberto Bozzo
In ricordo di Ivan Teobaldelli

Scrittore, poeta, critico d’arte, è stato fondatore, editore e direttore di «Babilonia», la prima rivista di cultura omosessuale in Italia pensata per un pubblico generalista, fondata nel 1982. Aveva 76 anni. Questa è l’ultima intervista concessa a Giorgio Umberto Bozzo, con cui vogliamo rendergli omaggio e riconoscergli il ruolo che merita nella storia della cultura LGBTQIA+ italiana.

Antonia Caruso
Ma è davvero solo colpa di Trump?

Dalla paura del complotto alla caccia alle streghe: come la transfobia si alimenta attraverso la cultura del sospetto e della paranoia collettiva. Una voce un po’ fuori dal coro. O no?

Karma B
Quell* che al Pride non ci vogliono andare secondo le KarmaB

Il Pride è inclusività, comprensione e difesa strenue della libertà individuale, anche quella di non partecipare al Pride. Ma chi sono quelli che al Pride non ci vanno o non ci vogliono andare? Abbiamo chiesto alle Karma B di interpretare per noi questo concetto attraverso la loro scintillante creatività.  

Egizia Mondini
L’editoriale – GenderAzioni: 30 anni di pride

Com’è cambiato il pride negli ultimi 30 anni? È possibile che il suo significato politico, culturale e sociale si sia modificato? In meglio? In peggio? Con GENDERAZIONI abbiamo voluto mettere in prospettiva il percorso che la comunità LGBTQIA ha fatto dal primo Pride del 1994. È l’occasione per riflettere su come il significato del Pride sia cambiato nel corso degli ultimi tre decenni. E per ripercorrere le diverse istanze evolute in base al contesto storico.

Egizia Mondini
Annalisa, la Queen del pop che conquista tutt*

L’artista italiana più ascoltata su Spotify, prima italiana nella top 100 globale di Billboard, è la madrina del RomaPride 2024. L’abbiamo intervistata alla vigilia della manifestazione. 

Loredane M. Tshilombo
Pride: ieri, oggi, domani

Nel corso di 30 anni il pride in Italia ha attraversato diverse fasi. Come è cambiato negli anni, come è percepito diversamente dalle generazioni, nei propositi, negli obiettivi, nei racconti e soprattutto in un’ottica intersezionale? Una prospettiva personale e politica di una militante cresciuta insieme e in mezzo ai cortei.

Santiago Olivares
L’ispirazione di SakoAsko per il RomaPride

Santiago Olivares, meglio conosciuto come SakoAsko, è l’artista che ha realizzato l’illustrazione-manifesto del RomaPride 2024. Gli abbiamo chiesto di di raccontarci cosa lo ha ispirato per realizzarla.

Luca Ragazzi
40 anni di pride attraverso il cinema

Abbiamo fatto passi da gigante da quel ’94 del primo Pride italiano e il cinema e la televisione, da sempre specchio della società, lo hanno saputo raccontare bene. Anzi, talvolta, è lecito pensare che abbiano aiutato il dibattito, mostrando quantomeno modelli diversi da quelli veicolati dalle barzellette e nel migliore dei casi, traghettando il paese verso il progresso. Ripercorriamo insieme i film più significativi per la comunità.

Chiara Sfregola
Le unioni civili ci hanno regalato l’illusione di essere un Paese normale

Le istanze dei Pride dal 1994 a oggi sono cambiate? E come si sono evolute? Un dato è certo: volevamo una legge contro l’omolesbotransfobia e non l’abbiamo. Sono passati 8 anni dall’approvazione delle unioni civili e del matrimonio egualitario nemmeno l’ombra. Si sta avverando la profezia paventata da Famiglie Arcobaleno all’epoca, e cioè che questa legge “contentino”, incompleta a causa dello stralcio della stepchild adoption, non sarebbe stata toccata per 10 anni. Poi dicono che i Pride non servono più…

Isa Borrelli
Nostra è la rabbia

Il primo Pride fu rivolta. E mai come oggi in Italia e nel mondo lottiamo per la sopravvivenza. Viviamo sotto un governo fascista che perseguita le persone trans* e nonbinarie, le coppie omogenitoriali e lesbiche, che picchia studenti, ostacola il diritto all’aborto, nega una casa e un salario minimo a una popolazione sempre più povera, ma soprattutto è complice di un genocidio che osserviamo sempre più assopiti dagli smartphone. E’ tempo di riprendenderci spazi, luoghi e potere di parola.

Alessandro Michetti
Scie luminose queer al METEORE Fest 2024

Quest’anno non dovremo aspettare la notte di San Lorenzo per vedere delle meteore attraversare il cielo, basterà puntare il nostro sguardo verso gli spazi di Roma Smistamento fino al 15 giugno e di BASE Milano dal 21 al 29 giugno. A sprigionare l’energia detonatrice queer sarà il METEORE Fest – Lo spazio è queer. Ne parliamo con Carlo Settimio Battisti, Nicola Brucoli e Federico Sacco di TWM Factory.

Valeria Scancarello
La genZ incontra Dario Bellezza

“Bellezza, addio” è il titolo del documentario ideato da Massimiliano Palmese e diretto insieme a Carmen Giardina. Si tratta di un omaggio alla figura di Dario Bellezza, il celebre poeta romano, amico di Pasolini, Moravia, Morante, una delle voci più intense e originali della poesia italiana contemporanea. Ci siamo chiesti: quanti giovani oggi lo conoscono? Per questo abbiamo affidato a una delle nostre giovani penne l’intervista a Massimiliano Palmese. Quello che state per leggere è l’incontro tra le nuove generazioni e Beltà.

Sciltian Gastaldi
Fra pischell* e “scarti” 

Come cambiano i giovani di oggi rispetto a quelli di ieri. Fra errori, imprecisioni, ideologie e voglia di cercare un senso. Tre prospettive raccontate da student* del liceo e una panoramica offerta dal loro professore.

Paolo Notarticola
Il presente e il futuro visto dagli student*. Battaglie di oggi e obiettivi di domani

Le manganellate a Pisa. Il decreto ecovandali. I tagli all’istruzione. Segnali forti di assenza totale di politiche concrete a sostegno dei giovani. In questo contesto, le manifestazioni studentesche rappresentano non solo un mezzo per esprimere dissenso, ma anche un’opportunità di partecipazione attiva alla vita democratica del Paese. 
Un’appassionata analisi in prima persona delle sfide che si trovano a fronteggiare l* giovani. Con granitica determinazione.

Andrea Collins Amadio
Libri young adult, per adolescenti e non solo

La letteratura young adult è un genere per giovani adulti, ossia quella nicchia di adolescenti che va dai 14 ai 19 anni, troppo grande per le storie da bambini, ma ancora acerbo per un Michel Houellebecq o un Carrère. Hanno per protagonisti teenager da poco maggiorenni che affrontano i dilemmi tipici dell’adolescenza La realtà, però, è che il genere viene spesso letto maggiormente da chi i 20 li ha superati anche da alcuni anni. I maggior fruitori infatti sono persone di 40 anni. Forse perché la letteratura non ha mai età, come le emozioni. 

Sara Innamorati
La grammatica del conformismo nella scuola e nelle università italiane

Quanto è difficile riuscire a trovare una propria identità e una propria verità in un contesto di estremo conformismo, studiando su libri di testo scritti perlopiù da uomini eterosessuali e cis-gender? Continuare a insegnare con un sistema binario limita studentesse e studenti nella loro consapevolezza identitaria. La grammatica del conformismo spiegata da chi la vive sui banchi di scuola.

Camilla Rugolotto
Il modello transfemminista per rendere la scuola un posto sicuro

Per raggiungere un modello di scuola inclusiva servono strumenti per riconoscere, combattere e prevenire dinamiche di prevaricazione e violenza di genere insite in abitudini, gesti e parole di matrice patriarcale di cui siamo inconsapevoli. Abbiamo chiesto a Rete degli Studenti Medi, associazione fatta da student3 delle scuole superiori, di raccontarci la scuola italiana da chi vive quelle aule e quei corridoi ogni giorno.

Nicolas Pasantes
Come rendere la scuola uno spazio aperto a tutti i corpi e le identità?

La scuola italiana deve fare i conti con un problema di omobilesbotransfobia e, per quanto carriere alias e bagni genderless siano un primo passo per diminuire il minority stress che le persone lgbtqia+ soffrono quotidianamente anche dentro le mura scolastiche, bisogna fare molto di più. A dircelo, questa volta non sono i dati, ma loro: l3 student3. Abbiamo chiesto infatti a Rete degli Studenti Medi, associazione fatta da student3 delle scuole superiori, di raccontarci la scuola italiana da chi vive quelle aule e quei corridoi ogni giorno.

Nicola Brucoli e Ulderico Sconci
Roma, una puntata alla volta

Si dice sempre che c’è uno scollamento tra i giovani e la politica. Che la gen Z pensa solo ai social e a diventare famos*. Noi invece vi raccontiamo un’altra realtà. Quella dei tant* ragazzi e ragazze roman*, i pischelli appunto, impegnati e interessati alla politica. E lo facciamo attraverso gli autori di Roma Capita, un podacast che racconta una capitale piena di associazioni e comitati dal basso, di iniziative e centri culturali indipendenti formati da giovanissim* e che fa le pulci agli amministratori. Altro che i balletti di TikTok.

Emiliano Metalli
Pischellə teatrali e non: qualche esempio e un po’ di storia

Nel mondo del teatro e dello spettacolo sono tant* i giovani e le giovani artist* che hanno conquistato passo dopo passo spazi di creatività, influenzando sottili mutamenti sociali. Da Sarah Bernhardt a Greta Garbo, da Marlene Dietrich a Judy Garland, da Mario Mieli fino ai giovan* autori di oggi. Artist* che hanno saputo scavare nel tema identitario cercando di rinnovare lo spessore, il volume e il carattere di ogni scelta di autodeterminazione, impiegando linguaggi trasversali. 

Chiara Tesei
Quel (poco) che ho capito sull3 piskell3

Non può esistere più lotta queer senza quella transfemminista, antirazzista, per il clima e per qualunque istanza non rispetti la vita, umana e non. Le nuove menti affrontano le loro battaglie con creatività. Hanno i mezzi e sanno come usarli. Conoscono le parole per comunicare ciò che sentono. E se per quello che sentono la parola non esiste, nessun problema: la creano. Ecco come sono l3 pischell3 attivist3 della gen Z, visti da Chiara Tesei, referente del Gruppo Giovani del Mario Mieli. 

Sciltian Gastaldi
HIV, 40 anni senza vaccino

La scoperta del virus dell’immunodeficienza acquisita umana (Hiv) compie in questi giorni 40 anni, 23 aprile 1984, ed è un compleanno davvero triste, perché a oggi non esiste ancora un vaccino e le prospettive future non sembrano promettere nulla di buono. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Caterina Fimiani, medico specialista in Allergologia e Immunologia clinica presso il Policlinico Umberto I di Roma.

Egizia Mondini
L’editoriale – Pischell*

La parola a chi è adolescente, studente, nativodigitale, alle giovani menti, alle generazioni Zeta e Alfa. Del resto sono da sempre ciclicamente loro il motore del loro tempo. Questo AUT lascia la parola (e la tastiera) ai pischell*.

Francesco Ferreri
Dall’alto al basso. Perché è sempre tutta colpa dei giovani

Quando parliamo di discriminazioni, e di come quelle discriminazioni vengono raccontate, non possiamo non riconoscere il ruolo che il potere ha in questa dinamica. La società ha imposto delle gerarchie molto chiare sui corpi e sulle identità delle persone e questo sistema di potere fa di tutto per preservarsi, così come fa di tutto per manipolare ogni forma di protesta che potrebbe metterlo in difficoltà. Finché le generazioni più grandi continueranno a guardare quelle più piccole “from top to bottom”, non avremo uno sguardo oggettivo.

Yuri Guaiana
L’importanza della solidarietà internazionale per la comunità lgbtqia+ in Russia

Una delle situazioni più pericolose che come comunità ci troviamo oggi a fronteggiare è la dura repressione in Russia. La Corte Suprema russa ha dichiarato il movimento pubblico internazionale lgbtqia+ come estremista. A pochi giorni dalle elezioni presidenziali, due persone che lavoravano in un bar gay sono state arrestate e ora rischiano fino a 10 anni di reclusione. Non potevano che scatenarsi proteste, petizioni e azioni collettive: un’ondata di solidarietà internazionale necessaria e, ci auguriamo, efficace. 

Emiliano Metalli
Neapolis e le sue voci. In memoria di Enzo Moscato

A distanza di un mese dalla sua morte, disegniamo un profilo del regista e attore italiano, esponente di spicco della nuova drammaturgia partenopea. Enzo Moscato ha espresso Napoli con spudoratezza, narrando un mondo parallelo di emarginati, prostitute e omosessuali, metafora di una condizione esistenziale sospesa tra il maschile e il femminile.

Luca de Santis
L’editoriale – Monopolis: la città per un solo giocatore

Nel gioco del “Monopolis”, metafora della nostra società attuale, le nostre città sono diventate più chiuse che mai, i benefici e i privilegi sono tutti per un singolo cittadino: quello maschio, eterosessuale, bianco, abile, ricco, conforme, quello che vince “senza passare dal Via!”, mentre il resto della popolazione viene messo da parte, ignorato o addirittura penalizzato.

Baldurs gate 3
Marina Pierri
Quando il (video)gioco è inclusivo: la lezione del consenso di Astarion in Baldur’s Gate 3

Può un videogioco insegnare cosa sia il consenso e l’abuso? Essere survivor o abuser? Nel pluripremiato videogame Baldur’s Gate 3 il personaggio pansessuale di Astarion è una masterclass di scrittura, in un “viaggio dell’eroina” sviscerato dalla più esperta studiosa del campo, Marina Pierri.

Majid Capovani
Stai fermo un turno, anzi, due! La (velata) oppressione delle identità impreviste

Non si è solo emarginatə in quanto queer, ma in quanto queer e razzializzatə, in quanto queer e religiosə, queer e neurodivergentə/disabilə e molte altre possibili combinazioni. Trovare dei luoghi davvero safe, in cui poter esprimere liberamente la propria identità con tutte le sue intersezioni, diventa molto difficile, contribuendo ad alimentare quel senso di solitudine e isolamento che moltə di noi si portano dietro, imprevisti di una società che non contempla esistenze e vissuti come i nostri. Strettə nella sensazione di essere sempre “troppo” o “troppo poco”.

Luca Ragazzi
Festival di cinema queer in Italia. Lo stato dell’arte

In tempi in cui il cinema è nel nostro salotto, hanno ancora senso i festival? Se i film a tematica LGBTQIA+ ormai vincono gli Oscar, ai festival restano solo gli scarti? Non è così. Dietro questi festival c’è un enorme lavoro di ricerca.

Milo Serraglia
Perché è importante la carriera alias nelle scuole e sul lavoro

Le vite delle persone trans* sono sotto bombardamento istituzionale e mediatico: ispezioni, illazioni, interrogazioni parlamentari, talk televisivi, raccolta firme piegati alla retorica pro-life. Alla battaglia contro la carriera alias, ora si aggiunge il caso dell’Ospedale Careggi di Firenze con l’ennesimo attacco strumentale nei confronti delle persone più piccole della nostra comunità, bambin* e adolescenti gender variant. E’ necessario proteggere le persone trans* più giovani a partire dal diritto allo studio e a non essere oggetto di discriminazione, proprio come prevede la nostra Costituzione.

Mohamed Maalel
Imprevisti e probabilità: essere italiani di seconda generazione

Nascere e crescere in Italia con un padre tunisino e una madre italiana spesso significa essere ritenuti soggetti al limite, continuamente in cerca di definizione. Siamo sicur* di star giocando con le stesse regole?

Marcello Lupo
Vai in prigione! Storia di una rinascita

Quanti sono i pregiudizi e le difficoltà che gli ex detenuti devono fronteggiare quando vengono reintrodotti nella società? La reintegrazione nel tessuto sociale e lavorativo è un passo cruciale per la vera libertà e il cambiamento positivo nella vita di chi ha scontato una pena e deve essere messo in condizione di tornare alla vita.

Aldo Mastellone
Soldi colorati: come riconoscere il rainbowashing nelle campagne Pride

Nella città di Monopolis come orientarsi nella comunicazione aziendale della diversity e inclusion? Perché un’azienda decide di esporsi su questi temi? E’ vero che “guadagnano sulla nostra pelle” come spesso leggiamo sui social network? Ed è davvero solo per soldi? Ecco una guida semplice e pratica su come riconoscere il rainbowashing. 

Marina Cuollo
Tu non giochi! Rivoluzionare la rappresentazione della disabilità nei media.

Mentre i paesi anglofoni iniziano ormai a considerare inammissibile la simulazione del corpo disabile come performance attoriale, in Italia questa è una pratica ampiamente diffusa. Riconoscere l’importanza di avere persone con disabilità nell’intera filiera dell’industria audiovisiva è un passo fondamentale. Che è tempo di fare.

Isabella Borrelli
Sfamiglia Queer: da cura a pratica politica

La decostruzione della famiglia tradizionale: una riflessione sulle nuove dinamiche relazionali che mettono in discussione una serie di concetti che non ci rappresentano più nelle identità. E ancora: l’importanza delle reti relazionali queer e le sfide nel contesto politico contemporaneo. Perché oggi più che mai la famiglia è politica.

Luca de Santis
Il mio mondo nei videogiochi

In occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo “Gamer girl”, abbiamo intervistato Valerie Notari, autrice transgender, gamer e veterana del cosplay italiano. Un intimo sguardo a un’altra famiglia, quella virtuale del mondo dei videogiochi. Una conversazione appassionante sulla crescita personale, l’identità di genere e il potere transformativo delle storie.

Sciltian Gastaldi
Storia di un gruppo rivoluzionario degli anni ’80

Uno dei primi esempi di quella che oggi chiamiamo famiglia queer ebbe origine proprio a Roma, tra le persone del gruppo dirigente del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, nella seconda metà degli anni ‘80. Una domenica pomeriggio, abbiamo riunito in un salotto romano alcuni di loro: Francesco Gnerre, Giorgio Gigliotti e Andrea Pini, e ci siamo fatti raccontare da loro quella che fu la loro ‘comune frocia’. Nel ricordo di Marco Sanna.

Sara Paolella
Scomodo: una questione di famiglia

Scomodo è uno dei prodotti editoriali più interessanti degli ultimi anni. E’ un mensile cartaceo di approfondimento che rappresenta uno spazio di espressione per centinaia di redattori, artisti, creativi e scrittori under 30. Come Aut, combattono la superficialità, la mancanza di approfondimento dell’informazione mainstream e vogliono connettere mondo fisico e digitale. E la redazione è all’interno dello Spin Time, spazio di rigenerazione urbana a Roma. Se non sapete chi sono, è tempo di conoscere questi ragazzi.

Luca de Santis
Queer family: le serie TV che la raccontano meglio

Nella comunità LGBTQIA+ la famiglia ha tanti significati, più ampi e complessi di quanto si creda, e le serie TV negli ultimi anni hanno provato a raccontarle. Io ho chiesto alla mia famiglia queer di mandarmi un vocale con i loro titoli preferiti. Un po’ diario, un po’ podcast, un po’ una finestra intima. Perché se si ha avuto la fortuna di incontrare persone così speciali, condividerle è il miglior regalo che si possa fare.

Mauro Angelozzi
Madonna Celebration Tour: riunione di famiglia

Quello che Madonna ci ha sempre insegnato è che non è nei legami di sangue che si trova la pace. E quella che si è ritrovata intorno a lei in occasione del Celebration Tour è sicuramente la sua fedele e inossidabile (come lei) queer family: vite sopra le righe, famiglie dove tutto è possibile, dove ci si ama e ci si odia in libertà, dove la stravaganza si fa arte e il genere conta zero. Noi eravamo alla tappa di Colonia e vi raccontiamo com’è andata. 

Karma B
A Michela Murgia

“Ricordatemi come vi pare”, ha detto, e si è fatta isola, miraggio superiore, fata morgana, distanza da non colmare, qualcosa che non si può ricordare, come un verbo che ha solo il presente, impossibile da coniugare. Se esistessero le parole giuste per “dire” Michela Murgia sarebbero quelle che le Karma B hanno dedicato a lei sul palco dei Rainbow Awards 2023, di fronte al marito, il figlio e una parte della sua numerosa e variegata queer family. 

Roberta Ortolano
Il nostro percorso di procreazione medicalmente assistita 

Un viaggio intimo attraverso le sfide della maternità lesbica: un racconto di coraggio, speranza, resistenza e determinazione con il sogno di diventare genitori.

Giovanni Raulli
Casa Arcobaleno: le famiglie che ti salvano

Siamo entrat* all’interno di Casa Arcobaleno, il rifugio per giovani LGBTQIA+ espulsi dalle proprie famiglie. Perché non sempre le famiglie di origine rappresentano un porto sicuro. E per salvarci abbiamo bisogno di scialuppe di salvataggio.

Egizia Mondini
L’editoriale – Queer families

Le famiglie queer, intese come reti di affetto e sostegno costruite al di là dei tradizionali legami di sangue, rappresentano un esempio tangibile di amore, inclusività e solidarietà. Quanto sono state importanti in passato e quanto lo sono ancora oggi?

Andrea Pini
Co-housing: una proposta per vivere insieme

Dove spariscono le persone LGBTQ+ quando invecchiano? La maggior parte si ritira riducendo contatti, relazioni ed attività sociali, fino all’invisibilità. Eppure sono tante le energie, le competenze, le esperienze che possiamo mettere in circolo per far fluire in azioni di aiuto reciproco. Serve un ponte tra le vecchie e le nuove generazioni, che dia un senso ai ricordi degli uni e forza agli altri. E il co-housing può rispondere a questa esigenza.

Pino Anastasi
Famiglie di salvataggio ai tempi dell’aids

Un viaggio nelle memorie di chi ha affrontato l’epidemia di aids, dalle prime notizie a una tesi di laurea, da Muccassassina all’Unità di Strada, il  racconto di chi ha trasformato l’impegno in sostegno.

Chiara Tesei
Di salute mentale e tabù di coppia

Conversazione corale tra Chiara Tesei, Ali Bravini, Elena Incatasciato sui tabù nelle relazioni.

Elena Incatasciato
Di bisessualità e pansessualità

Conversazione corale tra Chiara Tesei, Ali Bravini, Elena Incatasciato sui tabù nelle relazioni.

Ali Bravini
Di poliamore, neurodivergenze e salute mentale

Conversazione corale tra Chiara Tesei, Ali Bravini, Elena Incatasciato sui tabù nelle relazioni.

Michela Andreozzi
E se non voglio essere madre?

Essere donna prima di essere madre. Decidere di NON avere figli è ancora un tabù. Dalla discriminazione alla scelta: il percorso verso una vita senza maternità raccontato dalla sagace penna di Michela Andreozzi.

Egizia Mondini
L’editoriale: quali sono i tabù di oggi?

Quello che è tabù per uno può essere pregiudizio per un altro. Quando apriamo il barattolo e dobbiamo decidere cosa metterci dentro, le diverse prospettive emergono e diventano esse stesse un interessante spunto di riflessione e confronto. 

Alessandro Michetti
Il porno è ancora un tabù?

La vergogna è il braccio armato dei tabù, che a loro volta sono l’impalcatura che tiene in piedi uno dei dogmi più insidiosi e castranti che esistano: la sacralità del sesso. Intervista ad Alice Scornajenghi, creatrice dell’acclamata fanzine erotica Ossì, spazio per una narrativa porno di qualità.

Raffaella Mottana
Soli

Il tema tabù coinvolge anche la questione delle nuove coppie: troppie, coppie aperte, poliamoros*. E proprio a questo è ispirato questo racconto. Un altro frutto della collaborazione con Accento Edizioni con i suoi promettenti, brillanti giovani autori. 

Francesco Ferreri
Tabù, tra paura e controllo

Il potere dei tabù: strumenti sociali di controllo e l’influenza infettiva all’interno dei gruppi, anche lgbtqia+.

Giulia Paganelli
Corpi grassi: tabù e identità nella comunità LGBTQIA+

Grassofobia: la battaglia contro gli stereotipi nella comunità LGBTQIA+, nell’era di Sam Smith.

Ali Bravini
Basta un pezzo di carta (?)

Tabù di genere e percorsi trans: la necessità di un cambio radicale.

Luca Ragazzi
La sessualità tra gli anziani nel cinema: oltre il tabù 

Desiderio e intimità: rappresentazioni della sessualità tra anziani, oltre gli stereotipi. Ecco un’antologia dei film che trattano (bene) l’argomento. 

Egizia Mondini e Alessandro Michetti
Lo stigma della depressione

Intervista al Trio Medusa, ambassador della campagna “La Depressione non si sconfigge a parole”.

Valeria Scancarello
Il “peso” dello stigma: centimetri della mia storia

Affrontando la grassofobia: una riflessione personale sulla società e l’accettazione di sé.

Egizia Mondini
L’editoriale – Nuove mappe per orientarsi

C’è venuta voglia di indagare nuove geografie, zoomando sui dettagli, sbirciando dentro i vicoli delle nostre sfumature, vedendo fino a che punto ci siamo spinti alla scoperta di nuovi territori, ridisegnando la mappa del nostro ecosistema. Ne è emersa una nuova cartografia della comunità lgbtqia+, e non solo, intrigante e stimolante, ma con confini mai troppo definiti. Non vi resta che sfogliare l’atlante insieme a noi.

Isabella Borrelli
Il linguaggio inclusivo fa schifo

“Vi inventate sempre nuove parole” è l’accusa più diffusa e fessa mai fatta alla comunità lgbtqia+. Il linguaggio neutro ha provato a proporre nuove mappature che scardinassero il maschile universale. L’utilizzo di linguaggi neutrali e non binari ha avvistato una nuova terra del linguaggio queer. La rottura del paradigma, della norma e del cambiamento è invece non solo qualcosa a cui aspirare ma una pratica politica. E’ anche attraverso il cambiamento e sovvertimento del linguaggio che pratichiamo la nostra dissidenza. E affermiamo la nostra esistenza. 

FRAD
Non si può più dire niente?

Sembra l’argomento del momento, anche in bocca a chi ancora fa fatica a capirne il senso. Un senso prima ancora umano che politico. E allora noi, abbiamo pensato di prenderci anche un po’ in giro. Per non farci dire che ci prendiamo sempre e solo troppo sul serio. E chi meglio di FRAD poteva riuscirci? Ma davvero con noi persone LGBQTQIA+non si può più dire niente? E non si può scherzare? Per fortuna ci sono le vignette di Frad.

Antonia Caruso
È davvero inclusivo parlare inclusivo? 

Abbiamo iniziato davvero a credere che cambiando le parole sarebbe cambiato il mondo. Se non ché, il resto del mondo continua a non saper né leggere né scrivere e la lingua del futuro non sarà sicuramente l’italiano.

Jennifer Guerra
Il movimento trans-femminista oggi in Italia

Non solo grandi città. Dalle Case delle donne ai centri antiviolenza; l’importante rete di supporto della rete transfemminista italiana cresce nei piccoli centri con oltre 150 gruppi e iniziative.

Gayly Planet
Le nuove geografie del turismo LGBTQIA+

Dai Grand Tour ai Gay Camp: il turismo LGBTQIA+ in Italia racconta la storia della nostra comunità, dall’Ottocento fino ai giorni nostri.

Vincenzo Branà
L’importanza dei pride di provincia

Piccoli centri, grandi Pride: dal caso di Latina a quello di Campobasso, dalla crescita di Ragusa all’abbraccio orgoglioso di Lodi. E se la politica LGBTQIA+ ripartisse da qui?

Alessia Laudoni Moonday_yoga
Mappe corporee: un viaggio affascinante di connessione e consapevolezza 

Chakra e identità, la connessione tra corpo e spirito è un viaggio di consapevolezza e integrazione che porta allo svelamento del proprio sé al resto della comunità.

Livia Patta
Una mappa verso il Sé: le costellazioni familiari

Accettazione e identità, liberando il passato e imparando dal lessico familiare. Il potere dei legami relazionali cambiano vite, costruiscono comunità, generano galassie.

Luca Ragazzi
Guida per orientarsi nelle piattaforme on demand

Se parliamo di mappe per orientarsi, allora sappiamo bene quanto possa essere utile una guida per non perdersi nei meandri labirintici e infiniti dei film a tematica lgbtqia+ delle library delle piattaforme on demand. Questa la nostra.

Alessandro Michetti
Via Balilla, è così che dovrebbe andare il mondo

Esplorando uno dei quartieri più accoglienti della comunità LGBTQIA+ a Roma, protagonista del documentario “Noi qui così siamo” di Maurizio Montesi.

Collettivo “La Gilda del Cassero”
Geografie queer dal pianeta nerd

La Gilda di Bologna da anni promuove i giochi da tavolo come strumento di impatto sociale e politico per le persone LGBTQIA+, battendosi per una giusta rappresentazione e decolonizzazione degli immaginari ludici.

Mohamed Maalel
Palermo è la mappa del mio corpo

Un diario pieno di coordinate alla ricerca di ricordi, aspettative e identità, nella capitale più LGBTQIA+ della Sicilia. Il racconto intimo e personale di un pugliese, per metà tunisino, che lascia la sua terra per un posto tutto nuovo: la Palermo di oggi.

Nicolò Bellon
Guida agli uomini passati di qua

Tra le note di Milva e Dalla, tra le strade di Roma e Biella, il giovane scrittore Nicolò Bellon disegna una mappa di ricordi, sentimenti e malinconie.

Alessandro Michetti
Chieti, la provincia che vive in mille città

Vivere l’identità LGBTQIA+ nei piccoli centri e il bisogno di spazi sicuri e protetti dall’omotransfobia: un’intervista al consigliere Arcigay di Teramo, Fabio Milillo.

Edoardo Tulli
Per una città diversa in una società di uguali

Una lotta che dal 1994 arriva a oggi: un progetto di riqualificazione per rompere i confini e accogliere la comunità del Palazzo Mario Mieli nel quartiere San Paolo a Roma.

Giacomo Guccinelli
Asessualità e aromaticismo. Identità politiche e narrativa dell’assenza

Le persone aroace, asessuali e aromantiche, sono identità che problematizzano, mettono in dubbio e si sottraggono da ciò che la maggioranza pensa sia normale all’interno delle dinamiche relazionali. Disegnando nuove geografie dei rapporti.

Simone Gambirasio
Corpi disabili, corpi invisibili

I luoghi di visibilità LGBTQIA+ sono davvero così accessibili per le persone con disabilità?

Antonia Caruso
Occhio non vede, cuore non vota

L’invisibilità si crea con l’esclusione dal campo visivo, è un processo attivo e selettivo per annullare l’essenza dell’altro. Ed è soprattutto all’interno della popolazione trans che troviamo un gatekeeping interno.

Stephan Mills
Il mio corpo intersex invisibile

Perché così poche persone conoscono la realtà intersex? E’ tempo di rendere più visibile una realtà ancora troppo poco conosciuta: quella dei corpi intersex. Un percorso di lotta per ottenere i cambiamenti desiderati e di accettazione degli aspetti che non vogliamo cambiare. 

Egizia Mondini e Alessandro Michetti
L’editoriale: Invisibili

Essere visibili è un atto politico, di autoaffermazione, autodeterminazione e affrancamento, ma anche un’urgenza esistenziale, oltre che di condivisione. Perché “fuori dalla collettività c’è solo la mitomania”. 

Aldo Mastellone
Comunità trans nello sport: quando rendersi visibili è rivoluzione

La situazione delle persone LGBTQIA+ nello sport agonistico. Intervista a Guglielmo Giannotta, Presidente di ACET, Associazione per la Cultura e l’Etica Transgenere.

Ambra Angiolini
Come la politica e l’economia sfruttano la nostra invisibilità

Far tornare le nostre diverse identità gli unici luoghi davvero interessanti da visitare, è la rivoluzione che dobbiamo mettere in atto.

Francesco Lepore
Sacerdoti omosessuali al bivio

Da una voluta invisibilità al bisogno di coming out. Anche in Vaticano.

Daniele Coluzzi
L’omosessualità nella letteratura italiana: una storia di invisibilità

Da Michelangelo a Tasso, come gli artisti hanno usato le loro opere per celebrare i propri amori.

Paolo Di Lorenzo
Il “cucciolo” che spaccò l’America in due

Il coming out di Ellen DeGeneres e una Hollywood piena di armadi che non fu più la stessa.

Loredane Tshilombo
Black Queerness: quando sei abituato a essere invisibile

Nella presunta visibilità queer conquistata c’è l’invisibilità delle persone non bianche: il dibattito politico e la sfida del rispetto sociale in una società che riesce a convivere con più di venticinquemila persone black and brown morte o disperse nel Mediterraneo negli ultimi dieci anni.

Luca de Santis
Come sta cambiando l’identità fascista

I simboli nostalgici si legano a felpe alla moda, gli smartphone branditi al posto di bibbie e crocifissi, spariscono le divise militari scoprendo corpi muscolosi e cappelli di pelliccia. “Etero Pride”, “All lives metters”, “Libertà di essere madri”: i nuovi fascisti si appropriano dei nostri riferimenti e delle nostre parole, per mostrarsi più accettabili ma mantenendo gli strumenti di sempre: violenza e oppressione.

Luca Ragazzi
Quando il cinema queer era invisibile, o quasi

Veloce rassegna dei film italiani che hanno contribuito alla lotta per i diritti LGBTQIA+.

Matteo Albanese
Bisessualità: un orientamento doppiamente al margine

Secondo la comunità gay e lesbica, i bisessuali sono uomini gay velati e le bisessuali donne etero opportuniste. Secondo la società eterosessuale le persone bisessuali sono ingorde e insaziabili a livello sessuale, più portate alla promiscuità e alla non-monogamia. Non c’è da stupirsi che il pensiero bisessuale sia praticamente sconosciuto in Italia. Più invisibilità di così…

Mohamed Maalel
Non sono più un uomo

Un racconto inedito che parla di multiculturalità, identità, invisibilità.

Ali Bravini
Fuori dai binari: una prospettiva che sfida le convenzioni di genere

Se un Dio esiste è sicuramente non binario. Allora chi siamo noi umani per pretendere di doverci descrivere come maschi o femmine? E’ necessario restituire consistenza a prospettive invisibilizzate da un binarismo imposto che da secoli caratterizza la nostra cultura e spesso anche la visione della nostra comunità LGBTQIA+.

Roberto Gualtieri
40 anni di storia nella città di Roma

L’obiettivo dell’Amministrazione romana è quella di rendere la città sempre più accogliente, giusta e in ascolto. Una sfida che deve essere vinta assolutamente.

Egizia Mondini e Alessandro Michetti
The Luxurian Age of Muccassassina

Intervista a Vladimir Luxuria, ex direttrice artistica di Muccassassina. Per scoprire come nasce un mito.

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