Forse vi ricorderete (o forse no), di una di quelle fantasticherie che giravano online secondo la quale Lady Gaga fosse una donna trans o un uomo o che quantomeno avesse un pene; e la prova era contenuta nelle riprese di un concerto di Glastonbury del 2008. In un frame di un video girato con uno smartphone che sembra mostrare una protuberanza sospetta nella zona inguinale. Per anni Lady Gaga non ha mai voluto smentire. Avrebbe significato, per lei, togliersi dalla posizione di vittima di una diceria. La transfobia come strumento funzionale, quasi goliardico. Ogni cosa, veramente ogni cosa, un’ombra, un riflesso, un graffio sulla lente, su internet possono diventare un documento a sostegno di una tesi che può esistere solo online, in un’ermeneutica endoriferita.
Gli Stati Uniti sono stati permeati da quello che Richard Hofstadter chiama “lo stile paranoico”, non proprio paranoia pura, ma quasi (lo dice proprio nel titolo di un saggio ma ho anche letto il testo).
Ci teneva lui, ma anche io, a non volerla porre su di un piano clinico. Abbiamo già abbastanza patologizzazione, che se non si fosse ancora capito funziona come un boomerang (torna indietro) o come la muffa nel frigo (si propaga su tutto, anche le cose che dovrebbero nutrirci). Lo stile paranoide parla della propria presunta grandezza morale, e di persecuzione, su scala collettiva. Facile sentirsi dalla parte del giusto se si difende la società da qualcosa che tu e il tuo gruppo è stato in grado di vedere, nel caos. I segni sono palesi, solo che sono confusi in mezzo a tanti altri. La grandezza paranoide sta proprio nel saperli prima vedere e poi unire in una narrazione che si vuole solida e coerente.
Per quanto un ordine nuovo possa avere già in sé la forza necessaria per presentarsi appunto come un ordine, ci sono forze che non sono per niente d’accordo e che lavorano segretamente per contrastare questi nuovi ordini emergenti. Non la dissidenza politica organizzata, ma un nemico invisibile e organizzatissimo che vuole distruggere il sogno americano.
I comunisti prima (ma la Stasi e i maoisti avevano le stesse paranoie), i vaccini, le onde elettromagnetiche, i rettiliani e i satanisti pedofili di Hillary Clinton poi. Tutta una versione ipersaturata dei complotti antisemiti dei protocolli dei Savi di Sion.
Tutta la retorica (molta) e la sostanza (molto poca) della teoria del gender e delle femministe gender critical è solo una variazione di questa paranoia d’assedio.
Tanto più palese è l’inesistenza di questo assedio o di un complotto, tanto più è chiaro che il complotto lo sta ordendo chi dice di esserne vittima (cioè loro).
Possiamo dirci tranquillamente che la divisione tra noi e loro fa parte anche della retorica che noi utilizziamo. “Loro, le persone eterocis, loro, il patriarcato.” Con tutto che siamo in grado, con la contezza che il patriarcato comunque ce l’abbiamo nella flora intestinale, di scartare un layer ironico e infilarlo come un dental dam tra una parola e l’altra. Da questa prospettiva, non l’unica, tutta la transfobia è paranoia di assedio, di cancellazione delle donne cis (insieme al disgusto).
La paranoia porta al sospetto e scatta quella che Julia Serano chiama transvestigation, uno scanning perenne della presentazione di genere di chiunque e soprattutto di chiunque entri in un bagno. A farne le spese spesso sono quelle donne cis che agli Occhi del Sospetto sembrano trans, una feticizzazione non sessuale negativa (può essere anche positiva, e non solo su un piano sessuale).
Cacciare una sconosciuta dal bagno perché sembra trans non è un ordine di Trump. La cosa più facile è pensarlo come un supercattivo, le smorfiette, il look emblematico (un modo per dire sclerotizzato). E attribuirgli ogni sorta di nefandezza. Certo è lui che firma, e sue sono le nefandezze. Nefandezze di ogni tipo, non solo transfobiche quindi.
Ma c’è anche un governo di fedelissimi e quel pappalasagne con gli occhi da pesce gatto di Musk.
Non è facile scrivere di queste cose, scriverne sempre. Sono un bigliettino passato sotto la porta con scritto Cosa pensi di fare? XOXO. La risposta ovviamente è niente. Gli USA sono lontani, internet è ovunque, mi segue anche in bagno, nei sogni.
Vorrei evitare però di mettermi anche io in una posizione vittimista. Il che non vuol dire non voler vedere cosa sta succedendo, solo evitare di mettermi in una posizione vittimista identitaria.
[Foto: Charles Deluvio – Unsplash]